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Il nome Zisa deriva dall'arabo " Aziz
", " la splendida ". La sua costruzione
fu voluta da Guglielmo I° d’Altavilla,
secondo re normanno di Sicilia, che voleva un
palazzo per il proprio svago e riposo ("sollatium"),
circondato da giardini e fontane. A quei tempi
la Zisa, oggi inglobata nella città, si
ergeva isolata in mezzo allo splendido parco del
Genoard. Nel corso dei secoli ha subito molte
trasformazioni. Tra il XIV e il XV secolo divenne
una fortezza, nell'età chiaramontana; nel
1440 fu ceduta al poeta Antonio Beccatelli (il
Panormita); nel 1636 passò alla nobile
famiglia spagnola dei Sandoval che la restaurarono.
Dal 1951 è proprietà demaniale.
Ha la forma di un parallelepipedo. La massa muraria
delle pareti, abbastanza compatta, è snellita
da arcate cieche e ghiere concentriche. Il prospetto
principale presenta un vestibolo con tre arcate.
Nei piani superiori, originariamente vi erano
bifore con colonnine tortili (di cui non resta
traccia), distrutte durante gli interventi seicenteschi.
Superato il vestibolo, entriamo nella sala della
fontana (iwan): è un ambiente a forma di
croce, con mosaici, colonne agli spigoli, muqàrnas
(voltine alveolari o stalattitiche) nelle nicchie.
Ricordiamo che pochi architetti, i quali giravano
per il Mediterraneo, conoscevano il segreto della
costruzione delle muqàrnas, motivo decorativo
di chiara influenza islamica, presente anche nella
Cuba e nella Cappella Palatina. L'acqua della
fontana sgorgava da un leone (simbolo dei re normanni)
sostituita ai tempi di Federico II da un'aquila
mosaicata (simbolo del potere svevo), scivolando
verso una lastra inclinata con solchi a zig-zag
(sadirwan). Una condotta che corre sotto il pavimento,
originariamente faceva confluire l'acqua nella
vasca rettangolare posta davanti la costruzione.
La sala era destinata a feste, ricevimenti e banchetti.
A destra ed a sinistra del salone della fontana
si trovano ambienti destinati al soggiorno diurno
dei dignitari, cortigiani, armigeri. Al secondo
piano le stanze erano riservate alle donne del
re, che, in fatto di costumi, aveva preso a modello
gli emiri. Il grande atrio centrale rappresentava
un fresco confortevole luogo per il soggiorno
estivo. All'ultimo piano del palazzo la splendida
sala Belvedere si apriva sulla visione del Golfo
Palermitano. I pavimenti, dei quali rimangono
poche tracce, erano in genere di argilla cotta,
posti a spina di pesce e ricoperti da tappeti;
quelli della sala della fontana erano di marmo.
Le soglie erano in legno di rovere. Le superfici
esterne, costituite da blocchi di pietra arenaria,
erano intonacate e decorate con vivaci disegni
policromi. Il grande stemma sul fornice centrale
fu apposto dai Sandoval. Il laghetto antistante
il palazzo, tipico dell'architettura araba, assicurava
la frescura; buone condizioni climatiche erano
garantite oltre che dal notevole spessore dei
muri e dalla piccolezza delle aperture anche da
un sistema di canne di ventilazione in ciascuna
delle due torrette laterali. Tale sistema è
un modello di climatizzazione di origine orientale;
si ritrova infatti in edifici egiziani dell'età
antica. Nell'iscrizione sull'arcata di ingresso
alla sala della fontana, parzialmente distrutta
nel XVII secolo, leggiamo in caratteri arabi tradotti
dall'Amari: “Quantunque volte vorrai, tu
vedrai il più bel possesso del più
splendido tra i reami del mondo. Questo è
il Paradiso terreste che si apre agli sguardi”.
A proposito delle leggende palermitane sui famosi
diavoli della Zisa, c'è da precisare che
si tratta non di demoni, ma di figure mitologiche,
gli dei dell'Olimpo che danzano intorno a Giove.
Poiché sono in circolo, visti dal basso,
se si vogliono contare occorre girarsi su se stessi,
e questo può fare perdere il conto. Così
la gente ha sempre creduto che fossero le "diaboliche"
figure a spostarsi. Un'altra leggenda è
legata alle improvvise correnti d'aria dovute
alla particolare disposizione delle finestre:
queste vengono ritenute dalla gente dei "folletti
di vento" e i palermitani più anziani,
quando sulla città soffia il vento dicono:
"Oggi si sono liberati i diavoli della Zisa
". La Zisa, gravemente danneggiata da un
rovinoso crollo avvenuto negli anni Settanta,
durante una tempesta, ha subito negli ultimi venti
anni un restauro (su progetto del professore Giuseppe
Paronia) che l'ha restituita al pubblico nel maggio
1991. Oggi ospita una ricca collezione di oggetti
di età araba, provenienti dalla Galleria
Regionale. Anch'essa, come la Cuba, è frutto
di quell'incredibile incontro avvenuto a Palermo
nel XII secolo tra la cultura islamica e quella
latina, incontro che diede vita allo stile arabo-normanno.
In quell'epoca, nella capitale del Regno di Sicilia,
i maggiori ingegneri ed architetti occidentali
(francesi, spagnoli, inglesi) si incontravano
con i loro colleghi arabi e bizantini, per cui
Palermo divenne un vero e proprio laboratorio
culturale, in cui si verificò un incredibile
scambio di tutte le esperienze orientali ed occidentali
in campo architettonico.
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